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Dove facciamo la conoscenza di una gran bella famiglia di stronzi, alla quale apparteniamo tutti. Un altro edificante episodio del nostro Basso Impero quotidiano.
Nella famiglia Signoretti non c’era mai stato un giorno di felicità. Al limite si erano sfogati a parlare male di questo e quell’altro, ma a ridere per davvero mai. Ed erano convinti di essere loro le brave persone sventurate, e tutti gli altri quelli cattivi a cui va sempre tutto bene. E poi, chiunque avesse saputo vivere e si fosse saputo divertire, non sarebbe mai stato considerato persona dabbene da lor signori. E loro, che c’avevano ‘na posizione fondiaria e patrimoniale, ed erano pure e persino andati a lavorare da altre parti, a fare il lavoro statale, perché bisogna lavorare, e bisogna mettere i soldi in banca, anzichenò. Bisogna.
Intanto il loro patrimonio, un casalaccio ricavato da un antico castelletto non si sa di quando, circondato da un terreno malnoncoltivato, decadeva un po’ per l’incuria e un po’ per l’inadeguatezza degli interventi, fornendo l’immagine più vera del loro presunto blasone. Negli interni, le frequenti liti e le continue divisioni avevano determinato una geometria piuttosto intricata, in definitiva disumana, dove per andare da una stanza al bagno e dal salone alla cucina dovevi uscire e rientrare di continuo, passando a tratti su fossati e ossari misteriosi, attraversando un sistema di passaggi più impicciato e nascosto di quelli un tempo definiti segreti.
Laddove queste erano le contorsioni degli interni, ecco come esternamente si configurava quella che propriamente era definibile quale pro-pietà. Eliminata la siepe di protezione dalla strada a favore di un muro stile soviet; cancellate le aiuole e devastato il disegno del giardino facendo posto a box di lamiera per automobili, furgone e trattore; demolito il vecchio fontanile; segati i pini centenari, sradicati cachi, pesche e albicocchi, cancellato il chiosco di alloro di antica coltura; sostituita la pavimentazione in cotto d’epoca della villa con mattonelle bianche squillanti dallo scacchiamento immediato; eliminati i balconcini gemelli dalla facciata posteriore e murate le aperture residue con mattoncini ben visibili; costruito un nuovo loculo completamente eterogeneo rispetto al disegno dell’edificio, il cui intonaco era poi stato riverniciato a chiazze diseguali; realizzata l’illuminazione esterna con lampade alogene molto forti di cui gran parte sempre fulminate poste dentro palloni bianchi fuori misura e fuori luogo.
Eppure, olivi davano olive e vigne prospere annate di grappoli. Ma nulla avea più sapore: le si lavorava sempre con l’amaro in bocca, e le si vendeva ad un quanto, tenendo un po’ d’olio dal frantoio, perché se no costa, e senza ottenere vino dalla cantina, che bere fa male. Ma il patrimonio va retto, sfruttato, massacrato, con una certa arrogante inerzia: questa l’unica legge che essi riconoscevano.
In una valle che guardava verso nord-ovest, un altro pezzo di questo cazzo di patrimonio, la vecchia distilleria, resisteva a fulmini e raffiche di vento, manco fosse qualche antica città perduta. Rimasti proprietari del fondo, tra un litigio e l’altro non si decidevano tra di loro né per il recupero né per il riutilizzo, mentre un palazzinaro con cui erano d’accordo per buttare tutto giù e fare spazio a bei palazzetti era appena morto con tutta la sua perbene famiglia in circostanze forse opache ma chiaramente mafiose, e che disgrazia per i soldi. E quel monumento in mattoncini rossi con mulini e piccole ciminiere continuava a crollare, ma nessuno però gli avrebbe mai levato nulla della robbba loro. Intanto, in giro dispiaceva soltanto pensare che tutte quelle povere cose fossero così malridotte, mentre loro stizziti e maledicenti pensavano soltanto che non fossero altro che tutti invidiosi, tié. Insomma, non ci capivano proprio nemmeno mezzo cazzo.
Se poi per caso uno con questi qua ci parlava, cosa difficile perché attaccavano discorso sempre e soltanto con insignificanti argomenti da scala di condominio, per poi proseguire in scomposta confidenza tediandoti con la loro merda, ci si rendeva conto che erano riusciti nell’incredibile impossibile, non contemplati da nessun manuale di psicologia mai scritto: subire tutti i condizionamenti del mondo ed. Loro credono per davvero a tutte le cazzate della televisione, ad ogni cosa letta un po’ per caso, a qualsiasi prurito occasionale: loro sono realmente convinti, ad esempio, che gli arabi ti uccidano se non ti converti, che la marjuana porti piano piano alla morte, che di carne bisogna mangiarne tanta, che il sesso solo per la riproduzione. E per sentirsi più uniti, quando accadeva un litigio era sempre nelle eroiche forme del tutti contro uno, quanto qualcuno era in difficoltà economiche c’era sempre chi era disposto a dare soldi a strozzo, e nonostante le troppe inibizioni e lo scarso sex-appeal, se qualcuno voleva scopare bastava pagare, no problem.
Presi uno per uno, non erano altro che minchioni: presi in gruppo, si confermavano effettivamente come sette poveri minchioni, segnati da autentiche disgrazie: la prima, quella di nascere, la seconda quella di non essere ancora crepati. Convocati da un bizzarro e crudele destino per dimostrare l’inutilità dei beni materiali e l’inadeguatezza degli uomini ai loro compiti. Ciò che li univa fortemente era proprio il fatto che nessuno capive un cazzo ma ognuno credeva di avere ragione, e in questa gara non potrebbero proprio fare a meno l’uno dell’altro. La famiglia aveva prematuramente perso i capostipiti Odio e Paura, che a loro volta avevano cacciato da casa Amore, la simpatica nonnina, morta dimenticata in un ricovero per malati di mente.
Dei sette, il maggiore è la Calva Arroganza, la seconda è la Sfatta Tristezza, il terzo la Piatta Apatia, la quarta la Storta Falsità, la quinta la Cattiveria Vera, la sesta è Brava a Far Soffrire, e il settimo è Il Più Bello. Ognuno si professa all’opposto di quel che è per davvero: il primo ti dà subito ragione anche se continua a non sentirti, la seconda scherza sempre, il terzo lamenta di essere molto impegnato e stanco, la quarta ti rassicura, la quinta ti da sempre il bacetto, la sesta piange disperata, il settimo crede d’essere brutto. La loro discendenza, che figli bisogna pur cagarli, in modo così di esercitarsi e crescere nell’arte dello stupro psicologico, e soprattutto perché bisogna essere in compagnia per odiarsi bene e odiare meglio, era stata cresciuta secondo i dettami più biechi della mentalità corrente, nutrita di vizi e agi inutili, difesa dai professori e da altre terribili realtà: se un giorno si fosse scoperta ribelle, senza motivo e senza ragione, sarebbero stati per davvero cazzi acidi.
Ma intanto la famiglia Signoretti si crogiolava nella sua meschinità, e celebrava come ormai nessun’altro più al mondo l’ipocrisia della mensa familiare festiva, e a tavola imbandita tutti magnavano e tutti si davano ragione, ognuno c’aveva la panza piena e anche la testa, pur se sempre di merda. Così, senza musica e con TV sempre accesa, perennemente connessi ai loro pregiudizi. L’assoluta inerzia a ogni divenire, a ogni evoluzione possibile, come rotocalchi vecchi prima ancora di essere stampati. Impegnati soltanto ad esprimere consenso ai veggenti delle statistiche, a confermare il loro voto alla cultura della produzione e della mondezza, al riparo da chi crea e da tutto ciò che è vivo, da ogni vera civiltà. Al piano più basso dell’impero telecratico, al fondo dell’egualitarismo catodico. Al chiuso della loro casa, della loro famiglia: che in giro stronzi così non ne ce sono mica più. In giro, però: ognuna delle nostre case ne è colma, ognuna delle nostre famiglie ne è piena.
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Tratto da: Claudio Comandini, “Basso Impero” (2006), riveduto e ampliato.
Fotografia: Claudio Comandini: “Interiorità” – Frascati, agosto 2008.