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Andy Warhol e 96 famosi al giorno. Caccole e pane. Smarrire la dignità.
Ormai ci sono festival per tutto, premi per ogni cosa, manifestazioni e trasmissioni per qualsiasi prurito. I quindici minuti di celebrità procapite di cui Andy Warhol annunciava profeticamente la promessa si sono trasformati in una minacciosa realtà: considerando che in ogni ora ci sono quattro volte quindici minuti e che per certe faccende non esiste vacanza, ci spetterebbero almeno 96 famosi al giorno, 35.040 ogni anno, 35.136 gli anni bisestili. Anche se sembrano già troppi e almeno qualche ora si dovrebbe pur dormire, questo numero è tuttavia ridicolmente basso a causa dell’indefinita moltiplicazione del tempo offertaci dai mezzi di distrazione di massa.
Abbiamo quindi un mondo affollato di famosi, un vero e proprio pianeta dei famosi, costretti a lottare fra loro come gladiatori del niente, destinati a non durare in nessun modo e a soccombere irrimediabilmente tutti, lasciando di sé atolli circondati dal nulla, inquinandoci con i vuoti a perdere della loro incolmabile frustrazione. Come un orizzonte sterminato di bottiglie vuote, come vacue ambizioni sparse e frammentarie, più simili a banchi di cozze che a isole, le carcasse dei famosi ci circondano: ci appartengono anche se non le vogliamo, ci sfuggono anche se siamo noi stessi, proprio noi, in persona, a subire tale assurdo destino.
Infatti, forse nessuno di noi ormai può o vuole sottrarsi alla spietata macchina di questa infima fama, quasi nessuno ne mette più in dubbio dettami e rituali: è questa ormai la nostra “cultura” e senza scampo assistiamo trepidanti all’indegno spettacolo della nostra impotente mediocrità. Come se fossimo sempre sotto le telecamere, ansimiamo per toccare un pur minimo famoso, o per strappargli qualche autografo distratto, o per inglobarlo nella nostra galassia di autoritratti auto-referenziali ed essere così nell’orbita della “famosità”. Tuttavia, sembra che le telecamere ci sorprendano ogni volta a giocare con le caccole: levandole, tirandole, collezionandole, mangiandole.
È sotto il naso di tutti. Nel gloriarci di queste caccoline, perdiamo il pane di una cultura che mai potrà appartenere a pulsioni talmente basse, a debolezze di pensiero così volgari. Ma non importa conoscere: è sufficiente compiacersi, e ci sono del resto anche molte persone importanti che si compiacciono della propria inutilità per prendere sul serio soltanto il caccolame. Dire qualcosa, mai: non sta bene. Tutto ciò, più che infimo è infame, e stare sul punto di smarrire anche la stessa possibilità di pensare la dignità, il rigore e l’impegno rappresenta un danno di proporzioni, più che globali, cosmiche. Tuttavia, a nessuno gliene frega niente, sul pianeta dei famosi.
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Fotografia: “Studium” – Bologna, aprile 2008.