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Fantascienza, società, religione, sessualità e arte nelle canzoni di un grande maestro.
In 2001: A Space Odissey di Kubrick un astronauta si perde nello spazio; qualcuno, piuttosto incerto nella carriera e negli affetti, vide la scena e cantò: «Planet earth is blue, and there’s nothing I can do». Forse, pensava che potesse finire così, contemplando un’umanità smarrita nell’ignoto che si ostina a dominare. Successivamente, continuò a cambiare, approfondendo il rapporto con la speculative fiction: fu polvere di stelle a cinque anni dalla fine e quindi ribelle tra i cani di diamante, cadde sulla terra e divenne poi ragazzo spaziale. Ora, ci informa di essere stella: non del pop o del porno, ma Blackstar, stella nera. Potrà mai morire davvero?
Nel 1969 Cygnet Committee, con le parole «I miei amici parlano/ di gloria, sogni non detti, dove tutto è/ Dio e Dio è solo una parola» e «Noi possiamo costringerti a essere libero», critica la svendita di se stesso in cui il movimento hippy, ubriaco di autocelebrazione, era già coinvolto. Nel 1995, No Control delinea la contemporanea profezia di un mondo senza speranza: «Ripiegati nel tuo angolo/ Non rivelare a Dio i tuoi piani/ È tutto corrotto/ Senza controllo.» È il 1980, e alla fine di It’s No Game (pt 1), «annoiato dagli eventi», intima di tacere. Forse, Dio è stanco di noi. E qual è oggi l’alternativa in un mondo che cambiando è diventato sempre più infimo?
Sembra che i vestiti del periodo di checca spaziale fossero cuciti da sua moglie Angela; altre leggende, da lui stesso alimentate, dicevano che l’avesse conosciuta perché andavano con lo stesso ragazzo. Rifiutò però di rappresentare un movimento gay ancora alieno da ogni ipotesi di unioni civili. Più tardi, indossando altri abiti, ammise con rammarico di aver sposato la prima moglie per farle ottenere il permesso di soggiorno, poi biasimò l’amore moderno. Convolato a nozze con la modella sudanese Imam, negò di essere omosessuale e anche bisessuale, pur essendo stato «terribilmente promiscuo». È sempre un buon affare il marketing dell’ambiguità?
Faceva sempre di testa sua e rifiutava l’opinione degli ignoranti, ma sapeva con chi consigliarsi. Pensava che l’arte non dovesse affatto essere comprensibile a tutti, pur trovando che quanto avessero da dire sulle sue canzoni fosse più interessante delle stesse. In un periodo di fervore nietszcheano, mentre tra una stazione e l’altra strambi e tossici lo adoravano, pensò di candidarsi a primo ministro. Oggi, gli slogan della pubblicità riciclano quelli della contestazione, dilagano dittatura dell’effimero e messianismi da buco nero: una strategia di mimetizzazione e disorientamento, capace di cavalcare con personalità ogni tendenza, può ancora avere efficacia?
E cos’altro ascoltare?
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Fotografia: Claudio Comandini, “Portrait of a star” – Roma, gennaio 2016.