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Strage in un cinema di Colorado alla prima del film su Batman di Christopher Nolan. Gravi svarioni giornalistici sull’attribuzione della paternità del personaggio e della responsabilità del fatto. Breve profilo di James Holmes, autore delle strage, e dinamica dell’accaduto. “The Seduction of Innocents” di Wertham, la condanna dei fumetti, l’introduzione del Comics Code Authority durante la “caccia alle streghe”. Le responsabilità criminali dei giornalisti secondo autori contemporanei di fumetti: Frank Miller, Neil Gaiman, Mike Carey, Garth Ennis. Reazioni inadeguate, sicurezza paranoide. Il mutamento dei rapporti tra realtà ed immaginazione.
È colpa di Batman. Se è palesemente puerile una spiegazione di questo tipo per la strage che in un cinema di Aurora (Denver) ha funestato nella notte del 19 luglio 2012 la prima del film Dark Knight Rises di Christopher Nolan, accusare autori o presunti tali del personaggio di intrattiene nei confronti della stessa una responsabilità diretta dovrebbe essere inconcepibile per l’inviato speciale di un grande giornale, in base al medesimo principio che gli permette libertà di opinione. Tuttavia, Angelo Aquaro di Repubblica non sembra tenere in grande considerazione la propria responsabilità pubblica, e neppure prende sul serio l’esigenza di documentarsi: gli è sufficiente ostentare un pedestre moralismo. Infatti, come se fosse per davvero un opinionista, costui si esprime in articolo di cronaca in questi termini: «’è orribile’ dice adesso Neil Gaiman, che non è un testimone scampato al massacro: è il papà di Batman, e forse anche della follia di un fuoricorso di neuroscienze che ha macchiato di sangue perfino il sogno dei supereroi» (Repubblica 21.07.2012). Alcuni dati sono del tutto errati: tuttavia, anche indipendentemente da ciò, le conseguenze che il giornalista ne trae sono inaccettabili.
Gli elementi del caso sono largamente noti, ma è meglio andare per gradi e cercare di essere particolarmente precisi, in modo da contribuire per davvero a fare chiarezza: di errori ne sono stati fatti davvero troppi, come segnala anche il blog House of Mistery. Il ventiquattrenne James Holmes, unico accusato della strage, proveniente da un’onesta famiglia di fede presbiteriana e dotato di una capigliatura rosso irreale, poco presente sui social network ma provvisto di un profilo su un sito hot (non è comunque lui il celebre John immortalato nella canzone di Elio & le Storie Tese), al momento dei fatti sembra fosse vestito come Bane (il cattivo del film), pur affermando di essere il Joker (la nemesi di Batman).
Nella sua casa, dove agli agenti è risultato possedesse persino una maschera dell’uomo pipistrello, aveva preparato uno scherzetto per far fuori altra gente, sempre con armi ed esplosivi d’assalto comprati legalmente (la bellezza di 6.300 munizioni procurate attraverso Internet). Dopo aver lanciato dei fumogeni, ha ucciso dodici persone e ne ha ferite cinquantotto, alcune in modo grave. Finora si è rifiutato di cooperare. Indubbiamente, il suo immaginario è marcatamente fumettistico, ma ciò non permette affatto di attribuire le cause di una grave e pericolosa forma di psicosi criminale alla passione per i fumetti.
Piuttosto, è da chiedersi perché sia così facile procurarsi armi negli USA, ed è da preoccuparsi del fatto che dopo la strage nel Colorado abbiano registrato addirittura un incremento di vendite del 41%, portando persino ad un aumento delle richieste per ottenere permessi di porto d’armi nascoste (ben 2.887 concessi soltanto la domenica successiva alla strage). Obama e il suo sfidante Romney sembrano incapaci di trovare soluzioni, in quanto ostaggi, a detta di Rachel Weiner del The Washington Post, della National Rifle Association, la potente lobby delle armi, mentre una legge del 1994 che proibiva la vendita di armi d’assalto è decaduta nel 2001 (occhio alle date…).
Per quanto riguarda altre aziende in qualche modo e loro malgrado coinvolte, la DC Comics ha rimandato l’uscita del numero 3 di Batman Incorporated sia nell’edizione cartacea che digitale per via di contenuti che potrebbero sembrare «indelicati», mentre la Warner Bros ha sospeso l’evento stampa previsto a Parigi per la presentazione del film ed ha preso altre misure nel rispetto delle vittime.
Dal canto suo l’ineffabile Aquaro, invece di farsi un minimo di scrupoli, gioca ad erigersi a censore, e attribuisce senza troppe perifrasi la colpa dell’accaduto ad uno scrittore, come è tipico di chi disprezza o di chi ha un’opinione deviata del lavoro intellettuale: lo dimostra anche dove sbaglia in maniera vistosissima e men che dilettantesca la paternità di un personaggio e l’età di un autore, dati basilari per l’argomento in questione. Tuttavia, anche se può sembrare ridicolo, non è la prima volta che sono imputate responsabilità criminali ai personaggi dei fumetti (nel mondo reale, oltre che in quello di carta…).
Infatti, nel pieno clima della caccia alle streghe, lo psichiatra Fredric Wertham pubblica The Seduction of the Innocent (1954), cavalcando l’ondata moralizzatrice con cui un paese incapace di assumersi la responsabilità del suo disagio, coltivava l’assurda idea che i comics esercitassero «un’influenza altamente negativa sulla personalità dei giovani», che avrebbero potuto così «essere indotti con facilità a imitare comportamenti scellerati e destabilizzanti» (citato in Alessandro Di Nocera, Supereroi e superpoteri, Castevecchi, Roma II ed. 2006, p. 27). Se uscire la sera vestiti da pipistrello o da altre bestie strane potrebbe effettivamente essere considerata come una cosa fuori di testa (come peraltro mettono in chiaro proprio fumettisti come Frank Miller…), Aquaro recupera inconsapevolmente le grossolane ipotesi dello psichiatra sui “crime comics“ e, nel suo piccolo, la proietta su scala globale, costringendo l’informazione ad un lampante caso di coazione a ripetere.
A suo tempo Werthan, orientato a sinistra ma avvezzo ad impiegare contro i «lavaggi del cervello» a suo dire praticati dai comunisti termini simili a quelli usati dalla CIA, contribuì enormemente ad un’isteria popolare che comportò rilevanti conseguenze giuridiche nel costringere gli editori ad autocensurarsi attraverso l’adozione del Codics Code Autorithy, un cappio che ha a lungo pesato sui contenuti delle storie illustrate. Questo non ha evitato che un fumetto come Batman (creato nel 1939 da Bob Kane, con la collaborazione di Bill Finger e di altri autori dello staff della Detective Comics), in una produzione inevitabilmente costellata di alti e bassi, abbia regalato numerosissime perle. Invece Neil Gaiman (nato “solo” nel 1960, come altri scrittori è stato anche giornalista, sicuramente di quelli con il gusto per la documentazione), ha prodotto autentici e riconosciuti capolavori, tanto nel fumetto (Sandman, 1989-1996), quanto nella narrativa (American Gods, 2001).
Un tweet del seguitissimo e amato Gaiman ha così commentato la tesi del corrispondente per caso Aquaro: «Penso sia un po’ folle. Personalmente credo che la colpa del massacro sia dei giornalisti italiani.» Effettivamente, molti esempi di giornalismo, sopratutto in ambito nostrano, tirano spesso ad indovinare, anche per assecondare le esigenze di velocità e brutalità della comunicazione, in maniera così maldestra e spericolata da rendersi responsabile di diversi danni. Aquaro poi è una specie di star della gaffe, piuttosto rappresentativo della diffusa tendenza di scrivere male rispetto a questioni che non si conoscono affatto, costantemente sotto osservazione da parte del blog Pazzo per Repubblica. Tuttavia, non c’è troppo da scherzare, sortite del genere devono essere sanzionate, è il tipo di questioni su cui un Ordine professionale dovrebbe intervenire.
Potrebbe però anche essere accaduto che, nonostante le apparenze, non esistano più né Ordine né professione. Ad ogni modo, la sopravvivenza minima garantita da un’adeguata critica dell’informazione non passa sempre per i giornali, o perlomeno non transita per le pagine di cronaca di quelli più disperatamente alla moda. Assume quindi un certo interesse osservare questa vicenda proprio alla luce dei fumetti, interpellando quali font proprio personaggi, autori ed editori tirati in ballo. Il fumetto, al di là di quanto credono gli ignoranti, è un’arte di élite, ormai praticata quasi esclusivamente da autori capaci e lettori attenti, ostica per orecchianti e per chi si limita a “guardare”.
La scena di una strage al cinema la possiamo ritrovare proprio nella celebrata graphic novel Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller, arricchita dalle chine ombrose di Klaus Janson e dai colori sfumati di Lynn Varley: un paranoico ossessionato da inni satanici criptati nelle canzoni dei Led Zeppelin e da donne «pitturate come donnaccie» tenta una strage e uccide due persone durante la proiezione di un film porno ispirato a Batman (Dark Knight Returns, n. 2, 1986 tav. 32). La tavola si inserisce nella narrazione come uno spot, in modo piuttosto tipico per un’opera che, oltre ad aver contribuito definitivamente alla maturazione del personaggio, contiene una critica serrata al sistema dei media, poi approfondita e radicalizzata in The Dark Knight Strikes Back (2001), opera colorata ancora dalla Varley ma graficamente molto diversa e tendente all’astrattismo, dove in una visione maggiormente corale i supereroi DC sono impegnati a lottare contro una “comunicazione” dominata da politici e giornalisti corrotti e incapaci. Dire che sembra reale è un eufemismo.
Invece, ad un assurdo convegno di serial killer, Neil Gaiman, per i graffianti disegni di Mike Dringenberger e Malcom Jones III, mette in bocca a Sandman, sorta di divinità dal gusto dark legata ai sogni, un deciso anatema per chi si diletta della morte in serie: «Voi, che vi dite collezionisti. Finora avete avuto fantasie prolungate in cui eravate gli sfortunati eroi delle vostre stesse storie. Sogni confortevoli in cui, alla fine, eravate dalla parte del giusto. Non più. Per voi il sogno è finito. Io ve lo tolgo. Ecco la mia sentenza: saprete in ogni momento, e per sempre, cosa siete esattamente. E saprete quanto poco questo significhi.» (Sandman Master of Dreams, n. 14 1990, tav. 35-36)
Queste parole sono terribili per tutti coloro che vivono nella menzogna: ovviamente, la mente corre anche a molti di coloro che si dicono giornalisti, portando a supporre un legame particolarmente essenziale tra mass media e omicidi seriali. Al riguardo, nel presentare una storia di Mike Carey disegnata in modi sofferenti da Leonardo Manco e Chris Brunner, nella quale il controverso detective occultista John Constantine si trova ad affrontare, per l’ennesima volta, un assassino seriale, questo addirittura ispirato da Dio (Hellblazer n. 195-196, 2004), così si esprime l’editore Pasquale Cinquemani: «I serial killer sono probabilmente uno degli aspetti più deleteri della civiltà dell’informazione. Prima, per essere ricordati dai libri di storia bisognava essere colpevoli di stragi erodiane o immani genocidi, ora basta seguire una vocina nella testa e fare fuori due o tre persone per ritenersi degni dell’immortalità.» (Vertigo Presenta, n. 50, giugno 2006, Magic Press).
Tuttavia, ad approfondire le implicazioni della replica di Gaiman sulle responsabilità criminali dei giornalisti ci ha pensato un altro autore, piuttosto diverso come stile. Infatti, Garth Ennis, supportato dall’espressivo tratto di Steve Dillon, ci regala la figura di un giornalista serial killer, che così si autoincensa: «Ricordi la storia del serial killer che sto seguendo? Bè, ad essere franco: io sono lui. L’esclusiva più facile che abbia avuto, credimi.» (Preacher, n.7, 1996, tav. 4). Questo è il tipo di storie che può catalizzare un giovane prete alcolizzato posseduto dal frutto dell’unione di un angelo e di una diavolessa, ma ora non è il caso di approfondire la questione, anche perché poi c’è chi si impressiona.
Possiamo chiudere questa breve carrellata rivolgendoci ad una delle rare storie scritte per Batman da Gaiman, affidata a matite e inchiostri del muscolare Simon Bisley, dove si svolge con gustoso umorismo un approccio metaletterario ai personaggi: infatti, Batman e Joker sono in un camerino a ripassarsi amichevolmente le battute, trovandole peraltro pessime. Dopo, mentre camminano assieme, Joker chiude queste iconiche otto pagine in bianco e nero dall’emblematico titolo Un mondo in bianco e nero, ponendo anche fine alle lamentazioni su trattamento, paghe e sindacati, commentando: «E che diavolo. Almeno abbiamo un lavoro.» (Batman Black & White, 1996).
Un lavoro effettivo dovrebbe essere finalmente trovato anche per tutti quegli pseudo-giornalisti che vivono per davvero in un mondo in bianco e nero, e pur non sapendo cosa dire, la dicono lo stesso. La misura potrebbe quantomeno evitare la diffusione di informazioni inadeguate. Le stragi invece succedono per conto loro e per i motivi più vari ed a volte anche idioti, e certamente non possono essere affrontate esasperando il clima paranoide della sicurezza, come invece sta accadendo proprio negli USA, dove alle proiezioni del film sono già stati commutati degli arresti per motivi che sembrano davvero risibili: infatti, hanno coinvolto un ubriaco molesto in Arizona, un violento dalle intenzioni omicida che però non è sicuro abbia visto il film nel Maine, una persona irata a causa dei ritardi della proiezione in California.
Per rimarcare le somiglianze del nostro mondo con quello dei fumetti, ci manca che in questo lungo anno in cui si deciderà il destino di Holmes, la cui eventuale pena di morte avrebbe implicazioni molto gravose per i parenti delle vittime, esca fuori uno psichiatra “progressista” capace di richiedere la scarcerazione di un folle omicida per motivi «strettamente umanitari», come appunto accade in Il ritorno del Cavaliere Oscuro, nei termini già da tempo segnalati nella sua introduzione all’opera da Alan Moore, dove inoltre diceva che «modificandosi la percezione della società che ci circonda, cominciamo a porci domande diverse sull’arte e sulla cultura.»
Se attribuire responsabilità di tutti i tipi ai personaggi fittizi appartiene alle storie più elaborate e critiche, restituirla al sistema dell’informazione sembra ormai più assurdo della trovata fumettistica maggiormente inverosimile. In questa mutazione profonda dei rapporti tra realtà e immaginazione, non ci resta che reimparare per davvero a leggere e scrivere.
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Fotografia: Claudio Comandini, “Punti di vista” – Amsterdam, aprile 2009.