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Una lettera dai tempi del conflitto generalizzato. Ritratto affettuoso di una ragazza futile. Cronache di ieri e di oggi. Note di diario. Sogni. Dal romanzo “Basso Impero”.
25 APRILE 1994
Ieri, notte. Sogno: è un altro giorno. Sono di fronte al Parlamento e scopro che ho perso le elezioni. Bombo, svagato più del solito, si reca a Montecitorio in virtù di deputato, e sento per me doveroso assistere alle discussioni: parlo con lui proprio di questo mio senso del dovere, e lui annuisce muovendo il testone, non so mica se mi ascolta però. Intanto nel Transatlantico è tutta una festa, con costumi sgargianti mossi in giochi e danze, e c’è un Cavaliere di Plastica che disputa un torneo con Paperino. Esco e ci intratteniamo a parlare con Craxi, assiso su di un trono in mezzo alla piazza; quando intendo affrontare l’argomento della sua perseguibilità giudiziaria, ha un moto di stizza. Incontro Ferrara, che dice di avere da fare e va al bar a mangiare tramezzini di pietre preziose. Nella 127 dell’ingegner Persichelli, compagno di scuola e di niente, passando sulla sopraelevata dei venti si discute della necessità di raccogliere le forze e fare una lista. Chiedo in sezione la tessera del partito, per ottenere la quale bisogna fare un versamento alla Barilla, lo sponsor della Roma.
I sogni hanno forme dense come pietre, e aperti gli occhi ci troviamo di fronte un pensiero un pò meno rarefatto del sogno, un pò più denso della fiction: la realtà, l’inganno più fitto, da reinventare daccapo. Da sognare di nuovo, forse. E si coagula l’uovo del mondo che si sgretola.
E siamo alle prese con le solite piccole storie, come dire, da basso impero. Per farla breve, così va: la politica assimila il gioco d’azzardo della finanza, l’informazione i ritmi sgangherati della telenovela, e non sai dove cominci una e finisca l’altra, assimilate a una pubblicità priva di prodotto. I nemici si alleano per dettarsi condizioni, gli alleati si scornano per ottenerle, vince il peggiore e ci attacchiamo al meno peggio. Se questa è la democrazia, sarebbe forse logico e opportuno seppellire definitivamente ogni inutile speranza e ogni velleità di partecipazione. A me non interessa lottare contro i mulini a vento, ma non capisco nemmeno quelli che li rincorrono, e comunque sarebbe più giusto prendere le armi contro un mare di guai, e contrastandoli, por fine ad essi, piuttosto che gettarcisi di continuo.
Intanto tu sei altrove. Potrei dirti che hai fatto bene a partire di nuovo, ma già lo sai. Laggiù dove sei chissà le risate a vedere da chi è rappresentato ‘sto cazzo di paese. Del resto le parabole del potere riescono a chiarirsi solo nel tratto discendente: quello dell’incaprettatamento, non necessariamente ad una pompa di benzina. Intanto che aspetto, evito di farmi coinvolgere. Nulla di ciò che è perso torna più, ma è utile sopravvivere, non subire ricatti nella propria vita oltre a quelli che tutti siamo costretti a subire; per quanto riguarda mettere a posto le cose, forse non basterebbero né la fine del mondo, né altri innumerevoli massacri di massa.
Oggi c’è pure la manifestazione. Quella grande. Cinquant’anni sono troppi per rimpiangere o per festeggiare la speranza e l’illusione: dovremmo pensare piuttosto a quanto istituzioni e funzionari di questo paese hanno mantenuto elementi e caratteri più-che-fascista, anche mentre si straparlava di retorico anti-fascismo e si imbrattavano importantissimi pezzi di carta come la Costituzione, che dovrebbe essere uno strumento operativo e non un feticcio. Ma di questi tempi ogni mito è menzogna, niente più dell’ennesima solenne celebrazione del vuoto. Come i Mondiali di calcio. Sai che palle, pure l’imbarazzo del tifo, per chi lo fa, per favorire i profitti di ricchi ignoranti e dei loro padroni ladroni, che è gente che farebbero meglio a prendersi a calci in culo da sola. Speriamo di perdere di brutto, o al primo turno o alla finale, magari ai rigori. Shock, forse terapeutico, comunque inevitabile. Probabilmente inutile.
Intanto che in Italia attendiamo un altro ridicolo miracolo, pronti dopo una breve illusione a sporcarsi di nuovo le mani, Inghilterra e America gettano il resto del mondo nella loro rovina, in Russia stanno peggio di quando stavano male, gli Slavi del sud sono dilaniati da privatizzazioni e guerra, il Ruanda implode e piovono bombe sulla prima elezione in Sudafrica, Israele continua a seminare morti per le sue bibliche fissazioni, l’Islam preme da ogni granello del suo e del nostro deserto. E altre polveriere si preparano. Il conflitto generalizzato come forma di convivenza. Tutti contro tutti in nome di niente. L’impazzimento locale della maionese globale. L’uovo del mondo alla fase terminale. Altro che nuovo ordine mondiale.
GIOIA
Gioia vuole bene a tutti, e gli sta bene così. Lei è così, rossa così, pienotta cosi. Il suo pomeriggio trascorre fra le immagini della tv i cosmetici e le telefonate. Lei adora Fiorello come una muta che attende da lui la voce, e tutte le canzono le ha imparate da lui. È amica di Ambra, certo, gli batte le mani quando si muove così ben telecomandata, ma non ha il suo stile, non fa la saccente con quella forzata disinvoltura che piace tanto ai frustrati. Questo lo sa. Ma non si cura di capire. Cambia ad ogni notiziario, poi figurati oggi che c’è sta manifestazione, cheppalle. La guarda un po’, ma poi si rompe, e canta le sigle pubblicitarie. E prega che i Take That non si scioglino mai, lei prega che i Take That non si sciogliano mai. Esce un giorno con me e un giorno con te, e dà a tutti quel che gli và. Lei adesso ha quindici anni, e non gliene importa un granché. Si sente grande, sa di essere piccola. Guarda la borgata fuori, non pensa che sia brutta. Tra un po’ esce con Mario, stasera forse farà pace con Lele, magari stasera andrà a ballare. Fuori la pioggia ha smesso, ma può ricominciare, ma non gli importa.
Credi davvero che siamo in un’epoca peggiore delle altre, oppure che esista un progresso? Stavo interessandomi alla tarda antichità: alla vita quotidiana durante il basso impero. Ti sembra di sentire le grida di una folla perduta, concentrata in una piazza ricavata dal prosciugamento di una palude, dove la fogna passa a cielo aperto. Nell’ordinarietà del malaffare, la normalità del ladrocinio, in un’epoca di principi del foro bugiardi, di corti piene di puttane. Dove la popolazione è falciata dalle epidemie e dall’ordinaria violenza urbana, il fiume straborda, i rifiuti marciscono per strada, la speculazione edilizia riempie ogni vuoto. Incontrollata l’immigrazione di schiavi delle province, agricoltori senza più terra, che vendono e comprano mogli e figlie alla prostituzione nella suburra perché altro lavoro non c’è. E questi “extracomunitari” sono intrusi pericolosi per gli scaricatori del porto fluviale e i figli di buona famiglia, con cui condividono le stesse sbronze, le stesse chiacchiere, le stesse puttane. Insomma, ritrovo la storia dei nostri giorni. Come se già dai tempi di Roma vivessimo una lunga decadenza. Come se il basso impero non fosse mai finito.
IL DIARIO
Te stesso ed un foglio è specchio di una maschera con cui il vuoto si veste, quando parola è prossima al silenzio. In una di queste pause, nell’intimità del giorni, s’inscrive il diario, l’eterna quotidiana vicenda del ripiegamento di sé su se stessi. Come tutte le opere umane, cosa degna di sospetto.
Troppo coraggio e onestà esige l’osservazione di se stessi perché la sua espressione scritta non decada in sfogo, compiacimento, commiserazione. In una sorta di negativo fotografico del proprio rapporto con la realtà, come un inventario di scuse sulle proprie mancanze, una giustificazione delle proprie cazzate.
La giustificazione, forma di menzogna, è una delle più stupide ma la più continua delle attività mentali; in tale esclusivo universo l’uomo si rinchiude, reagendo meccanicamente a tutto ciò che accade. E anche le costruzione del pensiero e le architetture sintattiche diventano spesso l’ipocrita diario dell’umanità, la scrittura l’inventario delle sue giustificazioni, la cultura lo spoglio dei suoi equivoci.
COME IN UN SOGNO
La televisione è spenta, staccata la spina. Sul muro c’è un calendario senza giorni e vengono gli operai a fare i lavori. Ho le tasche piene di monete. E Serena mi porta un supplì. Con Jimmy Santorini troviamo una bella canna di bambù e la regaliamo al creatore, che la usa per fare il male. Allora gliela togliamo e la regaliamo a un poverello.
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Brani tratti e adattati da: Claudio Comandini, “Basso Impero”, Sovera, Roma 2006, pp. 9-10, 22, 35-36, 40, 48;
Registrazioni: Sound Club, Marino, maggio 2007.
Fotografia: Claudio Comandini, “Telegonus” – Frascati, maggio 1988.